Il percorso del corso parte da un'idea semplice ma centrale: la letteratura, fin dalle sue origini più antiche, si interroga continuamente sul rapporto tra giustizia e scrittura. Attraverso romanzi, miti e testi sacri, vedremo come questo binomio attraversi epoche e culture diverse, intrecciandosi con temi come il potere, la colpa, la lingua e l'identità.
Le Dernier Jour d'un condamné (Victor Hugo, 1829)
Questo breve romanzo, quasi un racconto, apre la riflessione sul rapporto tra letteratura e sistema giudiziario attraverso la voce di un condannato senza nome.
Il protagonista scrive in prima persona ma resta anonimo per tutta la narrazione: il lettore sa che ha commesso un reato grave, ma non ne conoscerà mai i dettagli. Questa scelta non è casuale.
Il romanzo entra in relazione con la giustizia proprio perché racconta una condanna: dietro ogni condanna c'è un reato, e quindi la macchina giudiziaria con le sue procedure e i suoi rituali.
Le Rouge et le Noir (Stendhal, 1830)
Romanzo-manifesto dell'ambizione sociale, racconta la parabola di Julien Sorel, giovane di origini umili che sogna il riscatto attraverso lo studio e la propria intelligenza.
Il titolo è fortemente simbolico e rimanda alle due uniche vie di ascesa sociale disponibili nella Francia del 1830:
| Colore | Significato |
|---|---|
| Le rouge | la carriera militare (colore dominante nella divisa di Napoleone) |
| Le noir | la carriera ecclesiastica (colore delle sottane dei preti) |
Julien non ha ancora scelto quale strada seguire: è calcolatore, pragmatico e opportunista, pronto a percorrere l'una o l'altra indifferentemente, purché gli garantisca l'ascesa.
Il personaggio è ossessionato dal mito di Napoleone, modello di un'intera generazione: un uomo che, senza nascita nobile né privilegi, si è fatto da solo grazie al proprio talento militare. Dopo la Rivoluzione, la Francia in disordine aveva bisogno di qualcuno capace di riportare ordine, e Napoleone lo fece — ma non si accontentò, e partì per la conquista del mondo. A Julien, però, non interessa questo aspetto imperiale: lo affascina l'esempio umano di Napoleone, l'uomo che si costruisce da solo con il proprio talento.
Il rapporto con la giustizia qui va letto su due livelli:
- la giustizia sociale: il romanzo è ambientato nell'epoca della Restaurazione, che ha cancellato gli ideali rivoluzionari riportando sui troni i monarchi — chi era nobile restava nobile, chi era povero restava povero. Julien incarna la volontà di scalare questa società rigida.
- la giustizia giudiziaria: nel corso della trama Julien avrà anche a che fare direttamente con il sistema dei tribunali.
Da notare una curiosità biografica sull'autore:
Lettre à mon juge (Georges Simenon, 1947)
Simenon è un autore prolificissimo — quasi 400 romanzi, definito un grafomane — celebre soprattutto per aver creato il genere poliziesco basato sulla psicologia dei personaggi, incarnato dal suo celebre commissario Maigret.
Il titolo stesso, Lettera al mio giudice, introduce un personaggio-giudice e quindi un legame diretto con la macchina giudiziaria. Ma il romanzo è anche qualcosa di più:
Pubblicato nel 1947, subito dopo la Seconda guerra mondiale, il romanzo riflette un clima di pessimismo e voglia di evasione, pur senza essere un'opera "impegnata" nel senso storico-politico. Il reato al centro della vicenda è un femminicidio, affrontato con un'analisi psicologica sorprendentemente attuale nonostante l'epoca di scrittura.
La disparition de la langue française (Assia Djebar, 2003)
Con Assia Djebar (1936-2015) il discorso si apre alla letteratura post-coloniale e all'interculturalità, cioè a una letteratura che va oltre i confini nazionali.
1830
Inizio della colonizzazione francese dell'Algeria
1960
Fine della colonizzazione, indipendenza dell'Algeria
2003
Pubblicazione di La disparition de la langue française
Djebar ha vissuto sia la colonizzazione sia la decolonizzazione: dopo l'indipendenza algerina, un governo fortemente nazionalista perseguita gli intellettuali che scrivono in francese, costringendola a emigrare prima in Francia e poi in Louisiana, negli Stati Uniti. È per questo definita una scrittrice transnazionale, il cui comune denominatore resta la lingua francese.
Il romanzo racconta di un protagonista algerino emigrato in Francia che, andato in pensione, torna nel proprio paese d'origine spinto dalla nostalgia. Ma il ritorno porta con sé il disincanto: dopo vent'anni nulla è più come nell'infanzia, ed emerge così il tema della memoria.
Fondamentale è anche il tema della lingua:
- durante la colonizzazione il programma scolastico era quello francese, quindi Djebar non poteva studiare l'arabo a scuola;
- conosceva l'arabo solo oralmente, non sapeva scriverlo: la sua lingua di scrittura era dunque il francese;
- per le scrittrici donne, il francese rappresentava una lingua di libertà, capace di affrontare temi che la lingua araba non avrebbe permesso di trattare, e di raggiungere un pubblico più ampio, anche europeo.
Estetizzazione del crimine e spettacolarizzazione della giustizia
La letteratura non si limita a raccontare la giustizia come categoria morale (bene contro male): spesso la trasforma in materiale estetico, con effetti ambigui che vanno riconosciuti criticamente.
Un caso discusso di spettacolarizzazione è quello della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi:
Giustizia e diritto: due concetti da non confondere
Spesso usati come sinonimi, giustizia e diritto appartengono alla stessa area concettuale ma non coincidono affatto.
| Giustizia | Diritto |
|---|---|
| Ideale, vede il trionfo del bene | Pratica calata nella realtà |
| Categoria morale, astratta | Strumento concreto per applicare la giustizia, ma si compromette con la realtà |
L'iconografia tradizionale della Dea della giustizia riassume bene questa complessità attraverso tre attributi simbolici:
- la benda, che rappresenta l'imparialità del giudice
- la bilancia, che rappresenta il bisogno di soppesare pro e contro in un processo
- la spada, che rappresenta il potere sanzionatorio dello stato

La Bibbia come archetipo del binomio giustizia-scrittura
Prima della letteratura moderna, è nella Bibbia che si trova la fonte primigenia della rappresentazione del rapporto tra legge e narrazione.
Nel Libro dell'Esodo (capitolo 20), secondo libro della Bibbia dopo la Genesi, Dio appare a Mosè sotto forma di una densa nube — una teofania — e gli detta il Decalogo, i Dieci Comandamenti, che sono a tutti gli effetti delle leggi.
Il capitolo 24 precisa che fu Mosè a scrivere le parole pronunciate da Dio: pur essendo una parola orale e verbale, essa viene fissata per iscritto.
Curiosamente, il testo biblico presenta versioni diverse dello stesso episodio a seconda del capitolo:
- al capitolo 24 si dice che Mosè scrive ciò che Dio pronuncia;
- al capitolo 34 Dio dice a Mosè "ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto", lasciando intendere che sia Dio stesso a scrivere;
- al capitolo 31 si specifica che le tavole di pietra sono scritte dal dito di Dio, e Mosè ha solo il compito di portarle agli uomini.
Il motivo per cui la legge doveva essere scritta e incisa nella pietra è chiaro: serviva a suggellare l'alleanza tra Dio e il suo popolo. Da questo nasce il principio di fondo del corso:
- Giustizia
- necessita di essere fissata
- Scrittura
- Letteratura
Dal patto sociale al mito: altre radici del binomio
Il legame tra legge scritta e convivenza civile riemerge secoli dopo nel pensiero politico moderno, per poi ritrovare nella mitologia greca un altro grande archetipo narrativo.
Nel 1762 Jean-Jacques Rousseau scrive Il contratto sociale: perché la società funzioni è necessario un accordo tra gli individui, e un accordo richiede regole scritte — le leggi — per la convivenza civile.
Rousseau si ispira al filosofo inglese Thomas Hobbes, autore del De Cive ("il cittadino"), in cui compare la celebre formula "l'uomo è un lupo per l'altro uomo": non esiste concordia naturale tra gli uomini, ogni individuo rappresenta una minaccia per l'altro, e si vive costantemente nella paura.
Il problema di fondo resta sempre lo stesso: l'opposizione e la lotta tra il bene e il male, che la legge dovrebbe idealmente risolvere a favore del bene.
Anche la Genesi biblica offre un archetipo fondamentale su questo tema. Prima del peccato originale, Adamo ed Eva vivevano in uno stato di innocenza totale, ignari della distinzione tra bene e male, nudi senza vergogna, poiché regnava solo il bene. Il serpente li tenta promettendo che, mangiando il frutto proibito dell'albero della conoscenza, i loro occhi si sarebbero aperti diventando come Dio.
Antigone: l'icona letteraria della giustizia
Con Sofocle il tema della giustizia trova forse la sua incarnazione letteraria più potente e duratura.
Il mito, già esistente prima di Sofocle, affonda in un tempo pre-storico in cui non esisteva ancora una legge che vietasse l'incesto — pur suscitando comunque un senso di inquietudine morale. Quando Edipo scopre di aver avuto quattro figli dalla propria madre (Polinice, Eteocle, Antigone e Ismene), si acceca per auto-punirsi — gesto simbolico, poiché l'occhio rappresenta la conoscenza — e si esilia da Tebe. Antigone lo segue, instaurando con lui un legame più paterno-filiale che fraterno.
Alla partenza di Edipo, il trono passa provvisoriamente allo zio Creonte, in attesa che uno dei due figli maschi diventi erede legittimo. Ma Eteocle e Polinice, non trovando accordo, si fanno guerra l'uno contro l'altro a capo di eserciti opposti, e muoiono entrambi in battaglia, lasciando Creonte unico sovrano.
Creonte decreta allora che:
- Eteocle, avendo combattuto per Tebe, merita tutti gli onori della sepoltura;
- Polinice, essendo stato nemico della città, non merita alcun onore funebre.
Antigone rifiuta questa legge, poiché per lei i due fratelli sono uguali — sangue del suo sangue — a prescindere da quale esercito abbiano guidato.
Antigone: la legge umana contro la legge del sangue
Il mito di Antigone, di cui queste pagine proseguono l'analisi, mette in scena lo scontro tra due concezioni della giustizia che non possono conciliarsi: quella divina, perfetta e incarnata dalla protagonista, e quella umana, cioè il diritto, che essendo opera degli uomini può essere arbitraria, imperfetta e persino sbagliata.
Creonte, da uomo di stato, non insegue l'ideale della giustizia ma deve far funzionare lo stato attraverso leggi umane. Non si limita a vietare la sepoltura del nemico, ma prevede anche una sanzione per chi trasgredisce la legge, esercitando così sia il potere legislativo sia quello giudiziario.
- Antigone esce di notte dal palazzo per cospargere di terra il corpo di Polinice, secondo il rito funebre.
- Le guardie, poste lì da Creonte, la scoprono e riferiscono tutto al re.
- Creonte è in difficoltà: dovrebbe condannare a morte la propria nipote, che è anche la fidanzata di suo figlio Emone.
- Propone un compromesso (fingere che nulla sia accaduto), ma Antigone lo rifiuta.
- Creonte, non potendo perdere credibilità come rappresentante della ragion di stato, la condanna a essere murata viva in una grotta anziché giustiziata.
Nella grotta, Antigone, che temeva il buio, riceve delle fiaccole dalle guardie: queste però consumano l'ossigeno più in fretta, accelerando la sua morte. Lei stessa, per anticipare la fine, si impicca. Emone era riuscito a entrare nella grotta per non lasciarla sola: quando Creonte scopre tutto è troppo tardi, ed Emone si uccide ribellandosi al padre. Creonte resta solo in scena.
Il rapporto con Ismene
All'inizio della vicenda Antigone chiede alla sorella Ismene di aiutarla a seppellire Polinice. Ismene rappresenta la razionalità e il buon senso, e cerca di dissuaderla. Antigone va da sola; solo in seguito Ismene si pente della propria mancanza di coraggio e vorrebbe seguire la sorella nel sacrificio, ma Antigone rifiuta: ormai è troppo tardi, Ismene ha avuto la sua occasione. Ismene sopravvive.
L'Ottocento francese e l'errore giudiziario
L'Ottocento francese è un secolo lungo e ricco anche sul piano del rapporto letteratura-giustizia: nasce in questo periodo il sottogenere del romanzo dell'errore giudiziario, diventato celebre proprio perché trae ispirazione da vicende reali.
1789-99
Rivoluzione francese
1793-94
Anni del Terrore (decapitazioni di massa)
1802
Nasce Victor Hugo a Besançon
1812
I genitori di Hugo si separano; lui vivrà con la madre a Parigi
1894
Affaire Dreyfus
1885
Muore Victor Hugo a Parigi (funerali di stato)
1948
Abolizione della pena di morte in Italia
1981
Abolizione della pena di morte in Francia (ministro Robert Badinter)
L'Affaire Dreyfus (1894)
Dreyfus fu degradato pubblicamente e deportato nell'isola del diavolo, al largo della Guyana francese. Famiglia, amici e intellettuali (tra cui Émile Zola, con il celebre J'accuse) si battono per la sua innocenza, confermata in seguito dalla cattura del vero colpevole. Fu riabilitato, ma l'episodio lo segnò per sempre, lasciando uno stigma nell'opinione pubblica, che restò spaccata tra innocentisti e colpevolisti.
Victor Hugo e la battaglia contro la pena di morte
Victor Hugo (1802-1885) dedicò tutta la vita all'abolizione della pena di morte, senza vederla realizzata: morì prima che fosse abolita in Francia (1981) e in Italia (1948).
Robert Badinter, ministro della giustizia francese dal 1981 al 1986 sotto la presidenza di François Mitterrand, fu colui che portò davanti all'assemblea nazionale la proposta di abolizione, citando proprio Hugo in un discorso e tenendo una conferenza intitolata "Victor Hugo et la peine de mort".
Hugo si era ispirato anche a un trattato italiano del Settecento, Cesare Beccaria, "Dei delitti e delle pene", favorevole all'abolizione della pena capitale.
Victor Hugo era stato segnato da traumi diretti e indiretti legati alla pena capitale (ad esempio, trasferitosi a Parigi, passò per una piazza subito dopo una decapitazione). Lottò con ogni mezzo possibile: tramite i suoi romanzi e personaggi di finzione, ma anche politicamente, scrivendo lettere a ufficiali.
L'immaginario della Rivoluzione francese e del Terrore - decapitazioni in serie, paura del ritorno dei morti a vendicarsi - segnò profondamente la Francia e ispirò la letteratura e l'arte dell'Ottocento, compreso Alexandre Dumas, autore di racconti con personaggi senza testa.
Il sublime e la ghigliottina
Nel Settecento Edmund Burke, scrittore e filosofo inglese, redige un trattato sul sublime, da cui nascerà il genere del romanzo gotico (castelli abbandonati, abbazie in rovina, fantasmi, vittima perseguitata e salvatore finale). Questo meccanismo, secondo gli appunti, è vicino alla catarsi aristotelica: la purificazione dalle passioni che si prova assistendo a una tragedia greca.
- Spettacoli di illusionismo a teatro (teste tagliate)
- idea del naufragio della totalità e della frammentazione del corpo
- ritrovabile anche nell'Oeuvre di Zola (ritratti che si sbriciolano)
- immaginario comune alla storia della Francia
Victor Hugo: vita e poetica
Hugo attraversa quasi interamente l'Ottocento. Figlio di un militare dell'esercito napoleonico, conosce diversi trasferimenti da bambino (Parigi, Spagna, Napoli), finché nel 1812 i genitori si separano e lui si stabilisce a Parigi con la madre. Fu anche esiliato (e poi auto-esiliato) su un'isola inglese per non piegarsi alla politica autoritaria di Napoleone III, tornando in Francia solo dopo la sua caduta.
Ai suoi funerali parteciparono più di 2 milioni di persone, segno del ruolo di guida che aveva assunto per il popolo francese.
Victor Hugo e il romanticismo
Hugo è collocato nella poetica del romanticismo, corrente che vede nello scrittore una coscienza critica della società: lo scrittore è una guida per il popolo, portavoce di valori. Solo più tardi, con la società capitalistico-borghese in crisi, nasceranno poetiche come simbolismo e decadentismo, in cui lo scrittore si ritira nella propria "torre d'avorio".
| Aspetto | Romanticismo | Decadentismo |
|---|---|---|
| Ruolo dello scrittore | Guida e portavoce della società | Isolamento, "torre d'avorio" |
| Rapporto con il pubblico | Impegno e coinvolgimento | Distacco |
Il teatro di Hugo
Hugo contribuisce a rinnovare il teatro francese, rompendo con la regola classica delle tre unità (tempo, luogo, azione) e inaugurando il dramma romantico in opposizione al classicismo. Fondamentali sono le prefazioni alle sue opere teatrali, tra cui quella di Cronwell (1827), celebre per il suo contributo teorico.
Opere teatrali principali: Cronwell (1827), Marion Delorme (1829), Hernani (1830), Le Roi s'amuse (1832), Lucrèce Borgia e Marie Tudor (1833), Ruy Blas (1838), Les Burgraves (1843).
Opere poetiche e lo spiritismo
Prime raccolte poetiche: Odes (1821), Nouvelles Odes (1823), Odes et Ballades (1828), Les Orientales (1829, omaggio alla moda dell'orientalismo diffusasi grazie a traduzioni come Le Mille e una notte di Antoine Galland).
Altre raccolte: Feuilles d'automne (1831), Les Chants du crépuscule (1835), Les Voix intérieures (1837), Les Ratons et les ombres (1840), Les Contemplations (1856, divisa in "Autrefois" e "Aujourd'hui").
Proprio in seguito a questo lutto, Hugo si avvicina allo spiritismo, pratica nata nel 1848 quando le sorelle Fox, negli Stati Uniti, affermarono di comunicare con un fantasma nella loro casa (dopo la loro morte fu effettivamente trovato uno scheletro in cantina).
Opere epiche e satiriche: La Légende des siècles (1859, poema epico sulla storia dell'umanità), Les Chatiments (1853, opera satirica contro il governo autoritario di Napoleone III).
Les Misérables e il tema della giustizia
Romanzi principali: Notre-Dame de Paris (1831), Les Misérables (1862), Les Travailleurs de la mer (1866), L'Homme qui rit (1869), Quatre-vingt-treize (1874).
Les Misérables ha per protagonisti i poveri, gli oppressi, gli sfortunati, e affronta direttamente il tema della giustizia.
- Jean Valjean: protagonista perseguitato dalla giustizia, incarcerato quasi 20 anni per aver rubato un pezzo di pane in un momento di bisogno; la pena si aggrava per un tentativo di evasione, ma alla fine riesce a fuggire e diventa ricco.
- Javert: poliziotto antagonista di Valjean; nel romanzo la polizia non incarna la giustizia, ma il male.
- Fantine: madre di Cosette, giovane donna sedotta e abbandonata che, per mantenere la figlia, vende i capelli, i denti e infine si prostituisce; muore dopo aver affidato Cosette a Jean Valjean.
- Cosette: figlia di Fantine, di cui Valjean si prenderà cura come promesso alla madre morente.

Prima di passare a un'altra opera di Victor Hugo, vale la pena notare come Les Misérables continui a offrire spunti simbolici anche in episodi apparentemente minori. Questi dettagli mostrano la ricchezza di rimandi interni e esterni al romanzo.
Nella trama compare la scena del negozio di giocattoli, dove Cosette resta incantata da una bambola in vetrina: è Jean Valjean a comprargliela, gesto che segna l'inizio del suo ruolo di figura paterna per la bambina.
Un altro personaggio chiave è Gavroche, il ragazzino di strada ucciso da pallottole vaganti durante i moti popolari. La sua immagine è stata associata al celebre dipinto La liberté guidant le peuple, dove si vede un ragazzino con le pistole in mano che sembra incarnare proprio questa figura.

Le Dernier Jour d'un Condamné — Victor Hugo
Questo romanzo breve, pubblicato nel 1832, si distingue per la sua struttura in tre parti: una prefazione, una breve pièce teatrale e infine il romanzo vero e proprio. È un testo fondamentale per comprendere l'impegno civile di Hugo contro la pena di morte.
La prefazione (1832)
La prefazione presenta una particolarità stilistica: è scritta alla terza persona, benché l'autore stia parlando di se stesso in quanto prefatore. Il romanzo vero e proprio, invece, è scritto alla prima persona, ma la voce narrante non è quella di Hugo bensì quella del condannato stesso.
Hugo chiarisce fin da subito l'intento del testo: Le Dernier Jour d'un Condamné è un'arringa, un plaidoyer, per l'abolizione della pena di morte. Il termine stesso, tipico del linguaggio giuridico, indica a chi si rivolge l'opera: in prima battuta ai giudici, nell'illusione di poter essere ascoltato da chi detiene il potere giudiziario.
Un passaggio particolarmente incisivo riguarda il rapporto tra violenza politica e pena capitale:
Hugo entra poi nel merito dell'efficacia deterrente della pena di morte, dimostrando come essa non impedisca i delitti: chi commette reati gravi spesso è mosso dalla follia o dal male interiore, non calcola le conseguenze. Anticipa inoltre un'idea sorprendentemente moderna:
Il romanzo: un protagonista senza nome
Il romanzo è scritto interamente in prima persona. Il protagonista, il condannato stesso, non ha mai un nome: resta "le condamné", personaggio volutamente anonimo e universale, simbolo valido per qualsiasi reato. Non sapremo mai cosa abbia effettivamente commesso: l'unica certezza è la gravità del crimine, testimoniata dalla condanna a morte.
Lessico della reclusione
Il romanzo è ricco di termini tecnici legati all'ambito carcerario e giudiziario, che è utile conoscere con precisione:
| Termine francese | Origine/significato | Traduzione italiana |
|---|---|---|
| cachot | dal verbo cacher (nascondere); cella oscura, spesso sotterranea | segreta, gattabuia |
| cellule | dal latino cellula; usato anche in ambito religioso (cella dei monaci) | cella |
| guichetier/gendarmes/geôlier | addetto alla sorveglianza delle celle | secondino |
| greffier | — | cancelliere |
| les juges / le président | — | i giudici / il presidente |
Struttura del romanzo: 49 capitoli brevi
Il testo si compone di 49 capitoli di lunghezza diversa e non omogenea. La maggior parte descrive l'ultimo giorno del condannato a morte, prima che salga sul patibolo per essere ghigliottinato.
- Capitolo I
- presente, ultima ora
- Capitoli successivi
- racconto retrospettivo dell'attesa della sentenza
- ritorno al presente verso l'esecuzione
I primi capitoli (a parte il primo) contengono infatti un racconto retrospettivo dei giorni immediatamente precedenti, quando il condannato era ancora abitato dalla speranza di un verdetto clemente. Questo crea un continuo mélange de espoir et désespoir (miscela di speranza e disperazione) che attraversa tutto il romanzo: soprattutto nelle ore prima dell'esecuzione, il condannato spera fino all'ultimo nella grazia presidenziale.
Capitolo I: l'opposizione libertà/prigionia
Il primo capitolo ci colloca nel presente, nell'ultimo giorno e nell'ultima ora. La punteggiatura stessa — con due punti esclamativi in poche righe — diventa strumento narrativo fondamentale per trasmettere le emozioni del condannato.
Da questo incipit si deducono alcuni tratti del protagonista: era un uomo benestante, che si vestiva con cura (indossava mantelle), conduceva una vita galante, frequentava teatri. Apprendiamo inoltre che è sposato, ha una bambina piccola (la petite Marie, che lo va a trovare in carcere) e una madre anziana.
Un concetto centrale introdotto in questo capitolo è quello della prigione mentale:
Capitolo II: la spettacolarizzazione della giustizia
Cambia completamente il registro: siamo nel racconto retrospettivo, non più in cella ma nel tribunale. Le descrizioni si fanno solari — luce, colori, piante — in netta antitesi con la cupezza dell'inizio del romanzo.
Il lessico scelto da Hugo è denso di significato:
- Mon procès — non un processo qualunque, ma il suo processo, la sua stessa vita in gioco
- Spectateur — la sala è piena di spettatori: Hugo insiste sulla spettacolarizzazione della giustizia, sul fatto che i processi pubblici diventino veri spettacoli
- Fantasmagorie — termine che oggi indica genericamente qualcosa di straordinario, ma che all'epoca di Hugo si riferiva a precisi spettacoli di illusionismo nati alla fine del Settecento
Dopo la prima seduta del processo, il condannato torna in cella e si addormenta, ma viene svegliato dalle guardie per essere riportato in tribunale per la sentenza definitiva.
Capitolo II (continua): luce, ombra e speranza
Il contrasto luce/ombra attraversa l'intero capitolo: la lumière si oppone alla salle sombre. Il condannato non si trova nella sua futura cella ma in un luogo di passaggio, dove la finestra e la luce che entra assumono un valore simbolico fortissimo legato alla speranza ancora viva prima della sentenza.
Attraversato il cortile con le manette, giunge finalmente in tribunale per ascoltare la sentenza. Qui emerge un'immagine potente:
Significativo anche il dettaglio delle manette tolte: pur essendo fisicamente libero da catene, il condannato resta prigioniero della sua ossessione mentale. Lo sguardo rivolto alla finestra aperta, da cui entrano aria, rumori della città e persino una piccola pianta gialla illuminata dal sole, alimenta ulteriormente la sua illusione di appartenere ancora al mondo dei vivi e dei liberi.
Anche la descrizione dei giudici contribuisce a questa illusione di speranza: appaiono sereni, chiacchierano allegramente, sistemano i propri vestiti — comportamenti che il condannato interpreta (erroneamente) come segno di un verdetto clemente, mentre la stanchezza dei giurati viene giustificata con la veglia notturna piuttosto che con la gravità della decisione presa.
La sentenza
L'avvocato, credendo di portare buone notizie, comunica che forse è stata scartata la pena di morte in favore dei lavori forzati a vita. Ma qui emerge un elemento paradossale e toccante:
Il momento della lettura del verdetto è narrato con grande efficacia stilistica: Hugo non fa pronunciare esplicitamente la sentenza dal giudice, ma la fa percepire attraverso la reazione fisica del protagonista (sudore freddo, appoggiarsi al muro per non cadere) e attraverso un espediente narrativo particolare:
A conferma di questo clima, due giovani ragazze seguono il condannato con sguardi avidi, dandosi appuntamento in place de Grève per assistere all'esecuzione "tra sei settimane".
Capitolo III: la razionalità prima della disperazione
Con la sentenza pronunciata, ormai non c'è più luce ma solo buio e ombra. Il condannato, descritto come persona raffinata dall'educazione ricevuta, riesce ancora a mantenere un certo distacco filosofico sulla propria condizione.
Capitolo IV: l'edificio degradato
Il condannato viene riportato nella prigione dove era stato rinchiuso prima della sentenza. Hugo costruisce un'antitesi potente tra il passato splendore dell'edificio (che doveva essere un tempo un castello regale) e la sua condizione attuale di rovina.
Nonostante la frammentazione in capitoli brevi, la scrittura mantiene continuità narrativa: è proprio la brevità dei capitoli, insieme alla punteggiatura spezzata, a restituire al lettore lo stato d'animo e le emozioni mutevoli del condannato-narratore.
Capitolo V: la vita in cella
Il condannato vive ormai le sue ultime ore, in attesa che l'irreversibile si compia, trasportato nella prigione post-sentenza.
La reclusione: precauzioni e cambiamenti
Come ancora oggi avviene nelle carceri, al protagonista vengono applicate misure di sicurezza: niente coltelli per mangiare (potenziali strumenti di autolesionismo o aggressione), e persino l'uso della camicia di forza, un sacco che immobilizza fisicamente il prigioniero.
Un'altra antitesi significativa riguarda il trattamento ricevuto nei primi giorni: una dolcezza da parte dei secondini che il condannato trova quasi orribile, perché non allontana affatto la sentenza inevitabile, anzi lo infastidisce ulteriormente. Questa fase di trattamento gentile dura comunque poco tempo.
Con il passare dei giorni, le condizioni migliorano progressivamente:
- gli viene tolta la camicia di forza
- ottiene il permesso dell'ora d'aria, uscendo settimanalmente nel cortile con gli altri detenuti
- gli vengono concessi inchiostro, penne, carta e una lampada notturna per scrivere
I detenuti e la lingua dell'argot
Hugo inserisce dettagli che caratterizzano l'identità colta del protagonista: rivolgendosi in latino a un addetto della sorveglianza, dimostra di essere persona istruita, non un "miserabile" come gli altri carcerati.
Gli altri detenuti, invece, vengono definiti proprio miserabili, povera gente che si esprime in argot, la lingua popolare e orale dei bassifondi, opposta al latino colto del protagonista.
Il giudizio iniziale di Hugo sull'argot è negativo: lo paragona a una "disgustosa escrescenza", una verruca linguistica. Ma questo giudizio evolve nel corso della sua opera:
Un'ultima annotazione amara chiude questa sezione: solo i compagni di prigionia, i miserabili, mostrano compassione per il condannato. Gli altri — secondini, guardiani, cancellieri — parlano di lui davanti a lui stesso come se fosse un oggetto.
Questa sezione analizza i capitoli centrali del romanzo di Victor Hugo, dove il focus narrativo si sposta sulla scrittura del condannato come atto fondamentale per comprendere il personaggio e la struttura dell'opera. Si segue poi il percorso fino all'esecuzione finale.